“Di presenza grave e maestosa insieme ed amabile, alto di statura, di volto sereno, di fronte elevata e spaziosa, di voce chiara, sonora e penetrante, di maniere piene di affabilità e rispetto senza veruna affettazione; il suo temperamento era sanguigno e sensitivo … “. Questa ” la cara e buona immagine paterna ” che di Paolo ha saputo descrivere San Vincenzo M. Strambi, suo primo biografo e più degno amico. Secondo esperti dell’ Università di Roma, che hanno esaminato il ritratto del pittore G.G. della Porta, ” i tratti e l’aspetto fisionomico del volto emanano una forza di decisione, una strenua volontà di carattere ed una grande dignità. Tali note del volto vengono addolcite dallo sguardo triste, quasi mesto, da due grandi occhi scuri, pensosi, profondi, umanissimi, che pur nella forza che si origina da tutto l’aspetto, rivelano un’infinità bontàe tanta, tanta indulgenza e comprensione. Insomma si tratta di un temperamento generoso e tenace, deciso e volitivo, umano e ricco di comprensione, riflessivo, anche se portato all’azione” .
” Dotato di una felicissima memoria ” di ” grande ingegno” in lui brillavano un ” raro talento “, una ” vivacità e pespicacia di mente singolari “. Le infelici condizioni familiari non li agevolarono lo studio a cui fu presto avviato ad Ovada, Cremolino, Campo Ligure e Genova. Ma per acquistare un discreto corredo di cultura potè approfittare della conoscenza di ottimi ecclesiastici e attingere alla biblioteca dello zio paterno, don Cristoforo. Ancora giovane, giunse a possedere e gustare San Francesco di Sales, S. Teresa d’Avila, S. Giovanni della Croce, e più tardi sembra arrivò a scoprire e naufragare ” nel fondo” del grande Taulero. ” L’ingegno” , la ” dottrina”, la “teologia”, “l’eloquenza” esercitavano su di lui un vero fascino. L’altissima stima dell’Aquinate e l’intuito con il quale fin dal 1753 satbilì che nell’Istituto fosse ” assolutamente” seguito, fanno di lui uno dei più geniali e convinti precursori della rinascita del tomismo in Italia. Nutrito di buone letture pienamente assimilate, anche egli scrive e si dimostra fecondissimo: oltre alle Regole della Congregazione, ha lasciato il Diario , per il suo confessore; e la Morte Mistica , per una claustrale. Entrambi gli scritti sono ritenuti altrettanti gioielli della letteratura spirituale del secolo. Ma è soprattutto l’epistolario ( a cui mancano decine di migliaia di lettere irrimediabilmente perdute ) che rivela la vena inesauribile della sua facondia, la straripante ricchezza della sua vita interiore, l’dea ispiratrice del suo misticismo.


