Non basta essere nel cammino quanto piuttosto essere il cammino
Lessi questa frase nella “concha”, la conchiglia del pellegrino, in uno dei tanti zaini a fianco del letto in un rifugio del Cammino di Santiago, durante il pellegrinaggio a piedi da me fatto nel giugno del 2001. Queste parole, molto evocative, mi colpirono, anche se il significato più profondo lo compresi camminando, e lo scopro man mano che ripenso all’esperienza fatta. Non dico niente di nuovo indicando quanto sia importante il viaggio o il pellegrinaggio nell’espressione della religiosità di tutti i tempi e di tutti i popoli: il pellegrinaggio alla Mecca o a Gerusalemme e a Roma per rimanere appena nell’ambito delle religioni monoteiste. Gli stessi fondatori delle religioni esistenti sono pellegrini o ricevono la rivelazione durante un viaggio presso luoghi ritenuti “sacri”. I Vangeli sinottici racchiudono l’attività messianica di Gesù di Nazareth in un viaggio a Gerusalemme, mentre Buddha riceve l’illuminazione sotto il fico di Benares al termine di un pellegrinaggio. Lo stesso Socrate, spostandoci in un ambito e in una cultura diversa, pellegrino al tempio di Apollo, comprende a Delfo la via aurea della sapienza: “Conosci te stesso!“. Mentre Omero nell’Odissea descrive il ritorno di Ulisse ad Itaca come il compimento di un viaggio verso una umanità perduta. Tanti gli anni di viaggio quanto i dieci anni di violenza e di guerra nell’assedio di Troia. E così si potrebbe continuare passando dalle religioni alla letteratura e a tante altre espressioni del genio umano, arrivando anche ad artisti e pensatori dei nostri giorni.
Chi ha percorso il cammino delle stelle, la “via lattea”, il cammino di Santiago, si accorge mentre cammina che la Cattedrale dell’Apostolo non può essere la meta, ne è solo un grandioso segno. La meta sei tu, è ciascuno nel suo rapporto con sé stesso e con Dio: “siempre se anda el camino!”, è l’espressione tipica che si sente quando si finisce il viaggio a Compostella. Forse la domanda posta da Dio ad Adamo nel giardino dell’Eden “Dove sei?” (Gen 3,9) è allo stesso tempo una risposta che l’autore della Genesi dà a noi che ci interroghiamo sul perché o sulla necessità di pellegrinare e di intendere la vita come un viaggio. Forse questa domanda risponde ad altre domande, i motivi per cui uno lascia casa e parte. La differenza che corre tra un pellegrino e chi, pur viaggiando, magari non lo è affatto. Si può essere sul cammino anche per caso. È la condizione del vagabondo che non sa dove si trova, né da dove viene e dove sta andando.
Invece il pellegrino conosce bene cosa si è lasciato alle spalle e dove è diretto. Quanto si incontrerà sul cammino sarà una scoperta sempre nuova. La conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella, riassume i temi essenziali del cammino. Da un’unica origine partono le linee della “vieira” e tutte si riconducono allo stesso punto. Come dire che da Dio siamo generati e, ciascuno per la sua strada, a Lui torniamo. La conchiglia ricorda anche il battesimo. Il pellegrinaggio è nato come forma penitenziale, per ridonare a chi è “lontano” l’innocenza delle origini. Il segno della “concha” è anche il simbolo del cuore. Tutte le esperienze che si vivono durante il cammino della vita devono esservi custodite, poiché Dio si rivela nella storia di ognuno ed è lì che propriamente desidera essere cercato. “Non basta essere nel cammino quanto piuttosto essere il cammino”. Il cammino di Santiago non è solo un tragitto geografico. Il cammino significa, in ultima istanza, la vita umana. Pellegrinare è camminare senza patria nell’esilio di questo mondo. La fatica del cammino, non riconducibile soltanto a quella fisica, ci indica che ogni uomo è, per essenza, “viator”, pellegrino, creato da Dio e liberato per mezzo di Cristo.
“Per grazia di Dio io sono uomo e cristiano, per azioni gran peccatore, per condizione un pellegrino senza tetto, della specie più misera, sempre in giro da paese a paese. Per ricchezza ho sulle spalle un sacco con un po’ di pane secco, la santa Bibbia , e basta”, le parole d’inizio dei “Racconti di un pellegrino russo” (1881), un classico della spiritualità cristiana, manifestano la condizione di “creatura” fragile e debole del pellegrino: l’affermazione della creaturalità dell’uomo è il pilastro del Cammino: chi non cammina non sa da dove parte né ha coscienza di dove deve arrivare. Pellegrino è colui che abbandona la sua casa, lascia la sua patria e intraprende di andare verso una terra lontana per cambiare la sua situazione. Quando uno si decide a camminare sperimenta la spogliazione, l’abbandono, si rende conto che quello che possiede non è un “assoluto”. L’immagine del pellegrino riporta alla memoria la figura di Abramo. Ricorda la chiamata e l’esodo nel deserto e la terra promessa. La spiritualità del Cammino jacobeo coincide con la spiritualità biblica. Il credente è colui che esce dalla sua patria, da quello che considera proprio, nasce di nuovo, abbandona le sue sicurezze e i suoi limiti, le sue “Sodoma e Gomorra” e senza voltarsi indietro comincia il suo itinerario verso la meta: il cammino di Santiago suscita e invita a pensare che l’uomo non è l’unico signore né della storia né della natura. Il viandante è colui che scopre il Creatore e sa di essere immagine di Dio.
Colui che cammina, senza altro tempo che quello cronometrato dalla creazione, senza altro rumore che il silenzio della natura e dei suoi passi, percepisce che essere uomo significa capacità di apertura, capacità di cercare, di incontrare ed interrogare tutto quello che lo circonda. Ma soprattutto la sua ricerca è volta all’infinito, al mistero, a Dio nella profondità della sua interiorità (cfr. S.Agostino “Deus interior intimo meo, superior summo meo”). Il pellegrino è inoltre un vessillo della speranza, perché sa che la sua meta è provvisoria, in quanto pian piano, passo dopo passo, scopre l’apertura verso la pienezza. Il cammino di Santiago è stato sempre un invito ad andare più in là, “ultreya”: dal Monte della Gioia, guardando verso Santiago i pellegrini sanno che la gioia di aver raggiunto una meta non appaga la convinzione che l’uomo deve continuare a camminare, che si è appena all’inizio. Il pellegrino dopo essere stato presso la tomba di S. Giacomo, aver contemplato il Portico della Gloria, aver visto e toccato la colonna di Jesse che lo univa a tutta l’umanità, aver pregato e ricreato la sua anima con il silenzio, i canti e la Parola, si dirigeva a contemplare la grandezza dell’Oceano, e toccava con le sue mani, simbolicamente, il “Finisterrae”, il mondo allora conosciuto.
Tuttavia il pellegrino nell’incontro con se stesso e con l’Assoluto, nel cammino, mai si trova solo. Il cammino del pellegrino ha un Pedagogo. Per il viandante del cammino di Santiago il Pedagogo è Cristo. Pedagogo e cammino, per il pellegrino medievale come ora per quello del terzo millennio, si fanno uno. Perché il cammino per l’uomo che crede è Gesù, e questo Cammino non è che un simbolo dell’unico e autentico cammino per gli uomini. Per raggiungere l’Assoluto, per avvicinarsi a Dio non c’è che un cammino, Gesù Cristo, la forma visibile dell’Invisibile (Gv 1,18), l’Immagine del Padre, l’icona di Dio (Col 1,15), il Verbo fatto carne (Gv 1,14). Egli è Via, Verità, Vita (Gv 14,6), guida di tutti i viandanti (Lc 24,13).
Mi piace ricordare, percorrendo queste strade, strade del mondo e della vita cristiana, quello che il papa Paolo VI scriveva nel discorso di apertura del secondo periodo del Concilio Vaticano II il 29 settembre 1963: “Donde parte il nostro cammino, quale via intende percorrere e quale meta vorrà proporsi il nostro itinerario? Queste tre domande hanno una sola risposta, che qui in quest’ora stessa dobbiamo a Noi stessi proclamare e al mondo annunciare: Cristo! Cristo nostro principio, Cristo nostra via e nostra guida, Cristo nostra speranza e nostro termine. Abbia questo Concilio piena avvertenza di questo molteplice e unico, fisso e stimolante, misterioso e chiarissimo, stringente e beatificante rapporto tra noi e Gesù benedetto, fra questa santa e viva Chiesa che noi siamo e Cristo da cui veniamo, per cui viviamo e a cui andiamo!” (Paolo VI, in Enchiridion Vaticanum 1, EDB, 1993, nn.143-145).
Attualmente il cammino a Compostella, in una Spagna mistica, ardente, struggente, sfrenata, laica, sfarzosa, gloriosa…incantata, terra di Vergini, cattedrali, monasteri, cavalieri e pastori continua ad accogliere la ricerca di numerosi viandanti. Parlare del cammino risulterà sempre una riflessione povera se non si torna a calcare la strada che racchiude più parole di tutti i diari scritti dai pellegrini. Considerato che il pellegrinare non riguarda le gambe soltanto, ma soprattutto il cuore, ogni cristiano può e deve adottare questa attitudine nella sua vita, orientandola fino all’incontro col Padre, attraverso Cristo, cammino vivente (Eb 10,19-22), con la forza dello Spirito. Il cammino che Gesù propone ai suoi discepoli va nel senso contrario a quello della sua incarnazione: innalza, divinizza l’uomo facendolo partecipe del dinamismo della sua morte e risurrezione e della sua stessa vita (2Pt 1,4). Chi non si considera pellegrino, difficilmente potrà sentirsi cristiano, discepolo di un pellegrino e membro di un popolo che cammina verso Dio. E’ così anche per la Chiesa, popolo pellegrinante per eccellenza che dal deserto dell’Esodo verso la Gerusalemme celeste “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (LG 8).
Nella cattedrale compostellana un rito, che risale al XIII secolo, viene ripetuto ancora oggi ogni domenica e nelle solennità al termine della Messa del pellegrino: è il “botafumeiro”, il grande incensiere d’argento di 80 Kg. che viene fatto oscillare spettacolarmente da un estremo all’altro della navata a crociera. Alcuni sostengono che fosse usato un così grande turibolo per spargere più incenso possibile e attutire l’odore di una folla enorme di pellegrini che quotidianamente raggiungevano la casa dell’Apostolo. Ma forse è un altro il significato di questo rituale sempre più richiesto dai pellegrini: esso rappresenta bene il culmine del “camino de Santiago”, la trasfigurazione del pellegrino, che qui giunto purificato da giorni e giorni di fatica, solitudine e preghiera, riconciliato con il sacramento della penitenza, dopo aver preso parte alla mensa del Signore nel banchetto eucaristico può innalzare il suo ringraziamento con la solenne incensazione. “Come incenso salga a te o Dio la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera” (Sal 141,2); ”Come incenso spandete un buon profumo, fate fiorire fiori come il giglio, spandete profumo e intonate un canto di lode” (Sir 39,14); “dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi” (Ap. 8,4). Il fumo simboleggia il movimento ascendente della preghiera, evoca l’antica offerta dei sacrifici, allude inoltre alle buone disposizioni che dovrebbero risplendere nei cristiani e alla loro autentica testimonianza “siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo” (2Cor 2,14-15). Il sorprendente esito del pellegrinaggio è che questo non si conclude a Compostella, ma permane per sempre nel cuore di chi l’ha intrapreso il desiderio profondo di seguire quel Pellegrino chiamato Gesù di Nazareth e di portarne il suo messaggio sconvolgente sulle strade di questo mondo, fino ai confini della terra.
Termina il “Camino”…, comincia una nuova storia.



