Reportage dalla Missione in Burkina Faso (gennaio/febbraio 2005)
Di ritorno dal viaggio di “solidarietà con le missioni ” nel Burkina Faso sono tante le emozioni e i ricordi impressi nel mio animo, soprattutto sento viva e profonda la percezione di aver fatto un’esperienza ecclesiale veramente autentica. Partendo per l’Africa avevo inviato al settimanale diocesano uno scritto sul significato di questo viaggio: trovo il testo pubblicato un po’ cambiato, “censurato” (ma non importa, l’essenziale c’è!), soprattutto mi è piaciuto il titolo “in Africa in cerca della Chiesa“, perchè ha colto la motivazione di fondo che spinge tante comunità, sacerdoti, laici a realizzare legami sempre più forti con le missioni e i missionari e soprattutto con le chiese locali. Trovo anche la lettera di don Gianluca dal Mozambico bella, vera, precisa sull’esperienza missionaria ma forse un po’ troppo severa nei confronti di un precedente articolo e di una associazione che si era sensibilizzata e mossa per le missioni e i “poveri negri“. Vorrei, senza nessuna voglia di polemica, sottolineare come l’attenzione alle missioni da parte di alcune comunità della nostra diocesi non si esaurisca solo in un sostegno di tipo materiale, ma dietro ogni gesto, anche di natura economica, c’è sempre un sacrificio, una rinuncia, un sentimento di autentico amore: è dalla preghiera, dalla fede genuina e semplice della nostra gente che ha origine la carità e la solidarietà che “portiamo” ai missionari. Se perfino Gesù nel Vangelo si “limita” ad usare come criterio di giudizio finale “anche solo un bicchiere d’acqua fresca dato in suo nome” (Mt 10,42; 25,31ss.), comprendiamo bene il valore immenso, non riconducibile a nessun parametro di mercato, di ogni segno d’amore che riusciamo a condividere con chi non ha o si trovi in condizioni di indigenza, non certo per scelta o per sua responsabilità. Don Gianluca fa bene a ricordare che la Chiesa esiste per l’evangelizzazione e che la missione della Chiesa è stata, è e sempre sarà l’annuncio di Cristo e la più autentica testimonianza cristiana è la condivisione, il vivere “con” la gente, nella semplicità delle fede, della comunione e della fraternità di piccole comunità dove ognuno è protagonista e la dignità battesimale è l’unico “titolo” che conti. Tuttavia non possiamo non considerare come l’evangelizzazione si accompagni alla promozione umana e come sia “giusto” da parte nostra condividere quello che abbiamo con chi manca del necessario per vivere: per giustizia (e la giustizia è la prima forma della carità) e non per pietà o assistenzialismo le nostre comunità dell’Occidente, tanto la Chiesa quanto la società civile e politica, devono radicalmente cambiare il loro modo di porsi in relazione ai paesi del terzo e quarto mondo e dell’Africa in particolare. L’anno scorso nella “Rivista del clero italiano” (ripresi abbondantemente anche dalla stampa cosiddetta laica) sono usciti due articoli di due missionari d.o.c. il saveriano Meo Elia e Piero Gheddo del PIME che hanno sapientemente, anche se con prospettive diverse, parlato della “missione” della Chiesa, del lavoro dei missionari, delle sfide che oggi toccano l’annuncio del Vangelo in un continente, l’Africa, che avrà nel prossimo futuro un ruolo sempre più rilevante per la Chiesa e per il mondo. Vorrei brevemente richiamare qui alcune delle considerazioni di Piero Gheddo, per il quale l’unica via per lo sviluppo dell’Africa è l’educazione, la formazione e sopratutto quanto l’Africa abbia bisogno di Gesù Cristo, citando Madre Teresa “la prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo“. L’Africa ha bisogno di Cristo! I 7.000 missionari e missionarie italiani in Africa si limitano a scavare pozzi e curare i malati? No, annunziano con la parola e la testimonianza di vita che la salvezza viene da Cristo, come noi stessi abbiamo potuto ammirare nel volto rude e nelle parole piene d’affetto di fratel Vincenzo nel fasciare ed abbracciare i suoi lebbrosi. La missione della Chiesa non è una Croce Rossa di pronto intervento là dove ci sono piaghe da sanare, profughi da assistere, affamati da nutrire. Certo le medicine, le strutture, gli aiuti sono importanti e necessari, ma di più lo è una carezza, un abbraccio, una parola per sperare, per sorridere, per andare avanti: questo fanno i missionari, questo sono i missionari, una presenza “sacramentale“di Gesù Signore. Non esente da fraintendimenti pericolosi è stata secondo Gheddo anche la campagna ecclesiale, in occasione del Giubileo, per il debito estero: la CEI trattando gli aspetti finanziari del debito non ha spiegato che, anche perdonato tutto il debito, se non cambia nulla nei paesi interessati, fra cinque anni saranno più indebitati di più di oggi. Non ha detto che il contributo maggiore della Chiesa italiana allo sviluppo integrale dell’Africa sono i 7.000 missionari, missionarie, volontari laici che donano la vita per portare il messaggio nuovo e sconvolgente di Gesù Cristo, è l’educazione delle coscienze secondo i valori del Vangelo, la dignità di ogni essere umano. Anzichè chiedere solo soldi, continua P.Gheddo, perchè non chiediamo che giovani diano la loro vita, il loro tempo, le loro energie come missionari: se, accanto ai missionari per vocazione, ci fossero non 300 volontari laici come oggi, ma 50.000 giovani di grandi ideali disposti a sacrificarsi per qualche anno, sicuramente l’Africa e gli altri “paesi sottosviluppati” avrebbero maggiori speranze di progresso, anche se altri fattori sociali, politici, economici dovrebbero intervenire a determinare la crescita integrale di questi popoli, ancora oggi facile preda di un nuovo e più pericoloso colonialismo. I missionari spesso sono applauditi, ma poco spesso aiutati e imitati nel loro approccio fraterno e disinteressato: è quanto mai importante allora che comunità ecclesiali, associazioni, singoli cristiani siano loro vicino, facciano sentire concretamente la loro solidarietà, li incontrino proprio là dove essi giocano la vita per Uno che la vita l’ha giocata sul serio per tutta l’umanità. Ogni volta che abbiamo visitato le varie missioni, incontrato realtà sociali ed ecclesiali completamente diverse dal nostro stile di vita e di fede, abbiamo vissuto una forte esperienza di fraternità, di comunione, di incoraggiamento e stimolo reciproco, non tanto per “le cose” o gli “aiuti” portati quanto per il contatto umano e il vicendevole scambio di esperienze, conoscenze, sensibilità, l’attenzione alla persona, alla sua storia, alla sua condizione, il mettersi l’uno accanto all’altro senza nessuna presunzione di essere più grandi o migliori. Ma il risultato più evidente di queste esperienze, di questi viaggi è la riscoperta di un nuovo stile e di una nuova coscienza umana ed ecclesiale: una maggiore semplicità di vita, l’esercizio del consumo critico, il sostegno al commercio equo e solidale, investire nella finanza etica, partecipare con la carità delle proprie risorse a progetti seri e affidabili. Anche se rimaniamo solo per pochi giorni, la solidarietà con le missioni diviene per tutti un dono, uno stile di vita secondo quelle parole scritte non so da chi, non so dove “l’amore qualifica chi ama, non chi è amato“.



