Fra qualche giorno, per la settima volta, tornerò nel Burkina Faso, in Africa, l’altra Africa, la vera Africa. L’Africa dei poveri villaggi di mattoni cotti al sole, dei bambini denutriti e martoriati dalle malattie, l’Africa dagli ampi spazi assolati e battuti dall’harmattan, il vento di sabbia che dal deserto del Sahara lancia come saette le sue fiamme di fuoco e polvere, bruciando sempre più i volti e gli occhi di una popolazione semplice, serena, ospitale. Ma anche l’Africa dei missionari, di tanti missionari che quaggiù lavorano senza pregiudizi, con l’entusiasmo dei primi apostoli del Vangelo parlano di Cristo, che annunciano una salvezza, certo eterna, ma che non li distoglie dal lottare per la liberazione dell’oppresso contro la fame, l’ingiustizia, le malattie, le divisioni tribali, le calamità naturali e il profitto delle multinazionali. L’Africa di un cristianesimo vivace, genuino che spesso cozza contro la morale borghese delle nostre comunità e la pastorale stanca e stantia delle nostre parrocchie, contro un cristianesimo, il nostro, non più profezia e buona novella che tanti cristiani subiscono quasi fosse una maledizione simile a quelle tremende epidemie che di stagione in stagione mettono a dura prova la sopravvivenza di un popolo, quello africano, sicuramente più forte di ogni avversità. Qui, nel Burkina, sono ancora evidenti i segni di un colonialismo veramente “selvaggio” iniziato già nel XVI secolo, con il commercio degli schiavi: trecento anni di rastrellamenti, di retate, di imboscate e cacce organizzate dai bianchi, spesso con l’aiuto di predoni arabi e alleati cristiani. Milioni di giovani africani furono deportati al di là dell’Atlantico e in Europa in condizioni disumane, stipati nelle stive come animali in gabbia (e ancora oggi, nel 2001, in Liberia, Sierra Leone, Sudan, Congo, Ruanda, Somalia… nuove forme di schiavitù, di soprusi, di stragi). Perseguitata e indifesa, l’Africa è stata spopolata, devastata, distrutta. Intere zone del continente restarono deserte, la macchia sterile ricoprì regioni fiorenti, ma soprattutto nella memoria e nella coscienza degli africani hanno inciso il colonialismo e lo sfruttamento economico, la spartizione arbitraria delle sue terre da parte delle potenze occidentali e l’aver favorito, incitato, armato conflitti etnici e tribali. Accanto a questi soprusi, le catastrofi climatiche, l’analfabetismo, la mortalità infantile che è la più elevata del mondo. In un fisico debilitato e denutrito anche le malattie meno gravi, un’influenza, una dissenteria, una infezione diventano letali. Quasi tutte le patologie conosciute sono presenti in Africa in forma endemica: malaria, colera, tubercolosi, febbre gialla, meningite, tifo, polio, bilharzosi… i virus più micidiali come Ebola o il morbo di Hansen, la lebbra, e oggi soprattutto l’Aids, che proprio qui nell’Africa sub-sahariana colpisce la popolazione più giovane falcidiando la manodopera lavorativa e riducendo a 47 anni la speranza di vita.
A favorire l’Aids certo contribuiscono la promiscuità sessuale incoraggiata da certe culture tradizionali e religiose (poligamia, islamismo), ma anche i conflitti etnici, le migrazioni forzate, la malnutrizione e il conseguente abbassamento delle difese immunitarie, l’assenza di cure e informazione, di scolarizzazione e prevenzione. Usanze atroci come l’escissione e l’infibulazione (mutilazioni dei genitali femminili) sono pratiche dure a morire, nonostante siano considerate illegali ufficialmente vengono di fatto praticate sul 90% delle donne: le conseguenze sulla salute sono gravi e talvolta fatali, emorragie, infezioni, tumori all’utero e alle ovaie, gravidanze a rischio, ma anche dal punto di vista psicologico e sociale è una pratica di dominio e di privazione della libertà individuale: in molte zone dell’Africa e del Burkina, alle donne, sottomesse alla volontà dell’uomo, sono richieste mansioni da animali domestici o da soma: trasportare acqua e legna, procurare il cibo, sfornare figli maschi. Ma allora a che serve andare quindici giorni in Africa, nel Burkina Faso, in uno dei paesi più poveri del mondo dove tutte le contraddizioni e le vicende del continente nero sono ampiamente presenti? Andiamo solo a consegnare medicine, pannelli solari, quaderni, materiale di ogni tipo per scuole e ospedali, denaro che con generosa fiducia molti ci danno perchè di persona lo portiamo, evitando pericolosi incidenti di percorso? Perchè andiamo nel Burkina, e in questi anni molte persone, tra cui diversi giovani della nostra Diocesi, hanno voluto conoscere e sperimentare “in diretta” la vita delle missioni, l’opera della Chiesa, di ordini religiosi e di volontari laici? Andiamo soprattutto per incontrare, sostenere, incoraggiare missionari innamorati di Cristo e della sua Parola di salvezza, di liberazione, di promozione umana; missionari che parlano di Gesù, della gioia di vivere e della speranza non solo con le parole, ma soprattutto con la vita, missionari che fanno maturare una coscienza di Chiesa genuina, evangelica, una Chiesa-famiglia di Dio. Missionari con un volto e una storia di ordinaria, quotidiana santità, non eroi, ma uomini e donne che senza alcuna sponsorizzazione mediatica fanno trasparire il sereno sorriso di Dio e danno continuità a quella schiera di santi che è il tesoro più prezioso della Chiesa e il miglior investimento per l’umanità. E allora, a ben riflettere, andiamo nel Burkina per ricevere e non per dare, per imparare il senso di Dio, per riscoprire l’energia liberatrice della fede, della condivisione, per disintossicarci da un cristianesimo di facciata, infantile, credulone e superstizioso, molto di più di quanto lo sia quello africano (e lo testimonia il successo e il potere da noi, di cartomanti, maghi, oroscopi, ciarlatani, anchorman televisivi onnipotenti, veggenti e visionari di ogni genere e specie). Un cristianesimo che nel nostro ricco e sazio occidente va alla frenetica ricerca di miracoli di guarigione, diavoli da cacciare e “madonne” da consolare, sempre pronte a versar fiumi di lacrime (meglio ancora se di sangue), reclamizzate da emittenti radiofoniche assai invadenti che minacciano spaventosi castighi sull’umanità, definita sempre corrotta, malvagia e miscredente. Un cristianesimo che, spesso con la compiacenza acuta delle gerarchie ecclesiastiche, s’allea col potente di turno, ama le “adunanze” oceaniche per mostrare i muscoli(!) e s’affida ad un miracolismo alla “padrepio” e ad un devozionismo lontano dal Vangelo che esalta il “santo frate” come una “star” divenuto ormai appannaggio di attori, attrici, vip, ballerine e frati dalla barba sempre più liscia e dalla borsa sempre più pesante ma che non ne imitano la scelta radicale di vita. Un cristianesimo che cerca di umiliare l’intelligenza (l’intelligenza della fede, beninteso!) con segreti di Fatima da svelare, immagini miracolose da guardare e da comprare, messaggi apocalittici da accogliere come parola di Dio e allora Medjugorje e un “padrelivio” qualsiasi diventano più importanti e autorevoli dispensatori di Grazia dello stesso nostro Signore. Povero Gesù che credeva nella libertà e nella capacità di aver fede nella sua Parola, senza per questo voler trasformare per forza le pietre in pani; povero “illuso” che cercava di non pubblicizzare i suoi miracoli, ma se ne fuggiva via quando questi diventavano centro di potere, povero “sognatore” che amò fino alla morte questa umanità e non volle umiliarla scendendo dalla croce, ma arrivò fino in fondo, fino al sepolcro, fino agli inferi, e risorto apparve solo a pochi e a chi aveva fede. Ecco, vado in Africa anche per questo: sono i miei Esercizi Spirituali, il mio “cammino”, il mio fine settimana di spiritualità, il mio aggiornamento pastorale. Vado per toccare una Chiesa effervescente e dinamica senza tanti gruppi, gruppetti e movimenti, una Chiesa “estroversa” che sa abbattere i bastioni di tradizioni ammuffite per meglio far circolare la novità dello Spirito, una Chiesa dove soprattutto i giovani sanno essere “sentinelle” di Cristo senza essere “Papa boys”. E’ commovente partecipare agli incontri di catechesi e alle liturgie: dal catechismo per l’infanzia a quello degli adulti, dalla preparazione al matrimonio alle prove di canto in ambienti semplici ma dignitosi, nessun sussidio speciale ma solo la Bibbia ed il Concilio: senza l’assillo dell’orologio e la schizofrenia del cervello si ha la percezione più autentica del “mistero” del Regno di Dio che cresce, lievita, matura di giorno in giorno. E allora il grande baobab, l’albero della savana, ricorda veramente l’evangelico granello di senape che diviene un albero gigantesco sul quale gli uccelli del cielo fanno i loro nidi e trovano riparo (Mt 13,31).
Non è possibile trasportare nella nostra vecchia Europa il baobab, ma l’entusiasmo e questi semi del Regno di Dio sì, e anche se non è oro tutto quello che luccica perfino nella Chiesa africana, il continente nero, ancora per un bel po’, forse siamo noi.



